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mercoledì 3 febbraio 2010

Don Bosco non è un quartiere per vecchi


Don Bosco non è un quartiere per vecchi. O forse sì. L’inchiesta sul gruppo italiano che il sociologo Luca Fazzi ha presentato al nostro giornale anima le discussioni nelle strade e nei bar delle zone più popolari della città. Sono Europa-Novacella e Don Bosco i quartieri che Fazzi indica come roccaforte italiana di tutta la Provincia e, per la verità, piuttosto attempata visto l’autentico esilio di una generazione di bolzanini verso altri lidi. Siamo andati a parlare con chi queste strade le vive tutti i giorni, partendo proprio dal cuore pulsante di Don Bosco: via Resia. Dalle parole dei residenti, dunque, esce un quartiere che, atavico difetto italiano, difficilmente è omogeneo nello descrivere le problematiche, ma che appare a tutti come spaccato a metà: la vecchia parte dell’ex rione Dux popolato da anziani e la ventata di entusiasmo giovanile che spira dai nuovi Firmian e Casanova.
"Da poco mi sono trasferita qui dal Centro – comincia Luciana Eccher – e devo dire che non è la stessa cosa. Si vive bene, certo, ma il rapporto con gli stranieri non è sempre facile". Fulvio Paissan è il primo ad avventurarsi nel confronto con il passato: "I giovani? Non ci sono più, qui invecchia tutto. Anni fa era prassi vedere i bambini giocare in cortile, oggi questo non succede. Non solo, i ragazzi scappano non appena ne hanno la possibilità e questo non è un bel segnale. Manca, infine, un poco di solidarietà". Parlando di giovani è bene sentire anche la loro opinione: Anna Patruno si fa portavoce. "Certo che andiamo via: le prospettive di lavoro, divertimento e crescita professionale sono poco più che nulle a Bolzano. Quante commesse ci sono con la laurea? Il quartiere anche offre poco ed è necessario andare verso il Centro". A pochi passi interviene Anna Zavodovska: "Arrivando dall’Ucraina io a Bolzano ho trovato un piccolo paradiso e gli italiani ci trattano bene". Gloriano Cartari, invece, rispolvera un evergreen: "Il traffico è drammatico. Bisogna fare un’arteria parallela. Un aspetto positivo? C’è tanto sole e d’estate, con la vicinanza del fiume, siamo tra i più ventilati della città". Lucia Fiorini, invece, stringe sulla cronaca d’attualità: "A parte qualche furtarello dalle cantine non ho mai trovato nulla da ridire sul nostro quartiere. Le zone d’emergenza sono da altre parti". Josef Pala è uno dei pochi tedeschi residenti lungo via Resia "ma non ha mai avuto nessun problema con il mondo italiano che mi ha sempre trattato bene. I giovani ci sono, soprattutto nei nuovi rioni". Tatiana Pivovbar lo contraddice: "Tantissimi se ne vanno perché Bolzano è la città per anziani e bambini. Gli stranieri li stanno sostituendo". Straniera è Nisma Lamin, originaria del Marocco: "Si vive bene a Don Bosco. Un voto alla convivenza? Sufficienza stiracchiata". Gino De Boni, invece, è uomo di poche parole: "Qui è tutto vecchio, ma non capisco cosa pensano di trovare di straordinario i ragazzi nella altre città". Nello Campaner la butta sul filosofico: "Non è questione di età anagrafica, ma di testa e molto dipende dalle scelte che farà la politica sociale per aiutare i ragazzi". Rinaldo Larcher abita a Casanova e respinge le accuse. "Tantissime le giovani coppie da noi, peccato manchino i servizi. Per onestà, però, ci era stato detto che entro il 2012 nulla sarebbe stato finito quindi sapevamo di dover pazientare. Vedendo quello che è successo a Firmian, comunque, abbiamo un poco di timore per quando arriveranno gli inquilini Ipes". Laura Stancher è nostalgica: "Che belle che erano le Semirurali, ma oggi non manca nulla" mentre Giovanni Altieri parla di "invecchiamento naturale del quartiere". Felice Savoi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno di "una Don Bosco amichevole, ben servita dalle linee della Sasa e accogliente. Se proprio ci si deve lamentare, allora diciamo che la notte nessuno rispetta i limiti di velocità". Concetti ripresi da Nicola Commisso e Maria Eteresa: "I ragazzi vanno via, ma in queste strade ci conosciamo tutti e un sorriso non si nega a nessuno". Sonia Ceccon è più drastica: "A Firmian manca tutto, solo le promesse non scarseggiano. Ci vuole un asilo e una scuola al più presto". Giancarlo Travaglini non ama i fantasmi del passato: "Non è cambiato molto, lo spirito di Don Bosco è sempre uguale". Piero Sani fa il nonno vigile: un occhio privilegiato sui bambini "che sono vispi, allegri e fanno ben sperare. Peccato che gli adolescenti siano più sbruffoni, ma avranno tempo per migliorare. Il traffico, però, deve essere controllato di più". Angela Storari, in chiusura, ci regala una bella metafora: "I giovani? Si accentrano. Vanno tendenzialmente verso il Centro Città o il centro dei divertimenti". Un giro di opinioni che è un caleidoscopio di idee, ma solo una è la domanda a cui nessuno ha risposto in modo negativo, la prima delle nostre interviste che recitava così: "Mi scusi, ma come si vive a Don Bosco?".

IL FUTURO DI DON BOSCO
La palla di cristallo non esiste, indovinare il futuro con certezza non è possibile, men che meno se si tratta della sorte di una città o di un quartiere, ma immaginare non costa niente. Abbiamo fatto un giochino e chiesto ai residenti come vedono la Don Bosco del 2030 spalancando così le porte di desideri e paure e dipingendo, al contempo, un quadro interessante sul futuro di questa porzione di città.
"Temo che le strade saranno sempre più deserte e solcate dal passo lento dei vecchi" si preoccupa Fulvio Paissan "ma nei giovani e nei bambini bisogna sempre credere". Anna Patruno vive di speranze: "L’università, l’ampliamento del tessuto urbano, l’arrivo di nuove persone: spero che il quartiere e la città tornino ad essere attrattive anche per chi non è bambino o pensionato. Eventi, punti di ritrovo, possibilità di avere un lavoro e una casa: noi giovani non chiediamo l’impossibile". Gloriano Cartari è realista: "Negli anni ’80 Firmian era un castello e Casanova uno sciupafemmine veneziano. Come si fa a prevedere, allora, il 2030?" mentre Barbara Turelli ci indica un bambino "Bisognerebbe chiedere a loro. Noi stiamo lasciando un quartiere in espansione, le strutture, ma anche i problemi di gestione di tutto questo e non sarà semplice risolverli". Lucia Fiorini ci fa sorridere: "Forse nel 2030 avranno finalmente cambiato la moquette della chiesa che ormai avrà trent’anni ed è orrenda", ma anche questa è vita di quartiere. Josef Pala, intanto, spera "in una convivenza felice" mentre Tatiana Pivovbar vede come inevitabile "il sovrannumero di stranieri che avranno sempre più potere decisionale". Gino De Boni si immagina "tutto più vecchio" mentre la ventata di entusiasmo arriva da Nicola Commisso: "Don Bosco diventerà il centro operativo della nuova Bolzano. Scacciato via il concetto immaginario di periferia, abbiamo giovani famiglie nei nuovi rioni e presto nuovi servizi, nuovi negozi e iniziative all’avanguardia". Dello stesso avviso Giancarlo Travaglini: "Basta guardare i numeri di abitanti per dire che sicuramente saremo ancora protagonisti come lo siamo sempre stati".

lunedì 1 febbraio 2010

Area nomadi, un camping a cinque stelle


Alto Adige — 31 gennaio 2010 pagina 14 sezione: CRONACA

BOLZANO. Non sarà una microarea definitiva, tuttavia si avvicina agli standard di un campeggio di buona qualità. Ora che il polverone si è abbassato, l’area cani di viale Trento consegnata dal Comune alla famiglia sinta dei Gabrielli ha raggiunto una sua configurazione, temporanea a detta dell’amministrazione. Chi s’immagina una dimensione come quella dei derelitti campi rom delle metropoli è fuori strada: l’area Gabrielli assomiglia, per ordine e organizzazione, ad una struttura turistica. L’occasione per scoprire da vicino la nuova realtà della famiglia è data dalla conferenza stampa indetta dall’associazione Nevo Drom in ricordo dei 500mila zingari eliminati dalla furia nazista o utilizzati come cavie da laboratorio. Radames Gabrielli, dopo aver ricordato alcuni orrori dell’olocausto, racconta la nuova vita: «All’inizio tutti erano piuttosto diffidenti con noi, poi anche i negozianti e i baristi hanno capito che non siamo pericolosi. Alcuni, oggi, sono anche amici». L’area, dunque, comincia a diventare familiare ai residenti come era quella di Firmian? «Guardi, la verità è che noi non abbiamo mai avuto problemi con le singole persone, ma solo con qualche frangia o partito organizzato che cerca consensi sfruttando la nostra vicenda. Le cronache testimoniano che non facciamo male a nessuno e ricordo che siamo stati i primi a prendere le distanze dalla rissa di via Milano». La famiglia Gabrielli conta una trentina di componenti, divisi in otto nuclei familiari che occupano nove roulotte e un camper. Quello che stupisce, però, sono i servizi che già sono stati messi a disposizione: si va, infatti, dai due blocchi di bagni chimici agli allacciamenti per la corrente elettrica, passando per l’ampliamento della recinzione. Non solo, che l’insediamento sia pienamente in funzione lo dimostra pure l’installazione di una parabola satellitare attaccata a un lampione e la bella veranda di legno, con tanto di piante e ombrellone, che incornicia una delle roulotte. L’ubicazione, comunque, è un vero triangolo delle Bermuda: a pochi metri corrono i binari della ferrovia e l’arginale mentre il cielo è solcato dall’autostrada. «Questo - spiega Radames - è effettivamente un problema. Per il nostro popolo il sole è la vita e qui non ne arriva mai neppure un raggio. Rimaniamo in attesa di una sistemazione definitiva». Non mancano le prese di posizione dei politici intervenuti alla conferenza stampa. Primo Schönsberg, assessore comunale alla cultura, ha ricordato alla popolazione «la necessità di venire incontro alla diversità per rendere quotidianamente onore alla Memoria». Guido Margheri, invece, azzarda una tempistica: «Esiste un emendamento per la realizzazione della microarea e penso che nel giro di un anno si possa concretizzare». (a.c.)

domenica 31 gennaio 2010

Parte la petizione degli inquilini Ipes contro il trasferimento degi anziani


Alto Adige — 30 gennaio 2010 pagina 13 sezione: CRONACA

BOLZANO. «Partiamo con una petizione». L’annuncio lo dà Gianfranco Ponte, presidente del Comitato inquilini Ipes, al termine della riunione promossa da Elena Artioli, consigliera provinciale leghista. «Vogliamo bloccare - spiega Ponte - la nuova norma che estende agli over 65 il trasloco. Questa possibilità era già stata esclusa due anni fa e non si può reinserirla adesso». Intanto Enrico Lillo, presidente del consiglio di circoscrizione Don Bosco, si sta muovendo con il consigliere provinciale del Pdl Maurizio Vezzali: «Vorremmo presentare un nuovo testo di legge che abroghi quello che sta togliendo il sonno a molti anziani. C’è chi si aspetta un trasloco da un momento all’altro e per questo sta già ripulendo gli armadi. Queste, purtroppo, sono le conseguenze devastanti dell’annuncio dato dall’Ipes». Molto critico anche Mario Tagnin (Pdl): «Trasferire un anziano dal suo mondo può avere effetti pesanti. È già successo a suo tempo con quanti abitavano alle Semirurali. Non mi sembra il caso di ripetere gli errori». La verità è che trovare la quadratura del cerchio non è facile tra anziani inviperiti dal paventato trasloco forzato e giovani famiglie che chiedono spazio. La possibilità che l’Ipes chieda il trasferimento alle persone che occupano alloggi sociali sovradimensionati spacca in due anche gli abitanti dei condomini popolari di Europa-Novacella. Da una parte c’è chi non vuol sentire parlare di trasferimenti e aumenti del canone, dall’altra chi chiede più spazio. «Chiedere a un anziano di spostarsi e cambiare le proprie abitudini non è proprio una barzelletta - commenta Tiziana Soglia - ma d’altra parte è vero che i giovani hanno bisogno di uscire dalle case dei genitori. Credo che uno spostamento nelle immediate vicinanze possa essere accettabile». «La ratio profonda di questa scelta dell’Ipes - le fa eco Ermano Ferro - è corretta, anche se 5.300 inquilini coinvolti mi sembrano davvero tanti. Chiaro, però, che non possiamo dimenticare come trent’anni fa i giovani, che eravamo noi, abbiano avuto la possibilità di crearsi una famiglia in uno spazio adeguato». Una via di mezzo, insomma, sembra possa essere tollerata. Giuseppe Rausa, invece, è più drastico: «Arrivare e pretendere di buttare fuori tutte queste persone, per altro anziane, non mi sembra corretto. In cinquant’anni nella zona di via Torino non abbiamo mai avuto problemi e adesso vogliono capovolgere tutto. Suona paradossale, anche in considerazione del fatto che, solo nella mia scala, ci sono ben due appartamenti vuoti da anni». La conferma dell’abbandono dei due alloggi arriva da Armando Franchini, anche lui residente nella scala: «Sembra incredibile, eppure non c’è nessuno e si tratta di appartamenti di 70 metri. Tra l’altro è tutto completamente rinnovato perché l’Ipes sistema a dovere gli alloggi una volta che vengono lasciati». Sugli anziani, invece, Franchini prova a sollevare un quesito importante: «Nessuno ha pensato che ci possano essere persone che adesso stanno bene, ma che tra qualche anno potrebbero aver bisogno dell’aiuto di una badante o di un figlio? Se li spostano c’è il rischio che non possano ospitare più nessuno in casa costringendoli a rivolgersi alle strutture di assistenza esterna». Un commento, però, spetta anche ai giovani, come Loris Graziano, ragazzo-padre: «Ho faticato tantissimo per avere un alloggio Ipes. Non è stato facile, davvero. Credo che, in questa faccenda, non esista una parte che ha ragione e una che ha solo torto. I giovani devono poter avere degli sbocchi abitativi, ma chiedere di farlo ai danni di un pensionato può creare delle tensioni sociali. Io penserei, piuttosto, alla miriade di abitazioni desolatamente vuote». Gino Buongiorno, invece, testimonia l’allarme scatenato dalla notizia: «Non sapevo nulla», esclama preoccupato. «Spero di essere a posto, altrimenti sarebbe davvero difficile cambiare casa. L’Ipes non può forzare così tanto la mano perché il trasloco diventerebbe obbligato visto che le pensioni non basterebbero a coprire i costi delle eccedenze a canone provinciale invece che sociale. I giovani? Certo, hanno ragione, ma una volta si cresceva anche in sette dentro abitazioni molto piccole». (a.c.)

Le bollette più care sono della Sel


Alto Adige — 30 gennaio 2010 pagina 03 sezione: CRONACA

BOLZANO. Le bollette dell’energia altoatesine sono tra le più care d’Europa, ma risparmiare si può. L’importante è documentarsi con precisi raffronti tra le varie tariffe: un lavoro che annualmente tenta di fare il Ctcu e dove le sorprese non mancano. Se fino all’anno scorso, infatti, era Seltrade a garantire un risparmio maggiore, quest’anno in testa ci sono alcuni colossi nazionali e internazionali. La tabella comparativa redatta dal Ctcu si basa sul consumo annuale standard di 2.700 kwh di una famiglia con un figlio a carico. La tariffa di riferimento è quella di maggio tutela, utilizzata dal 90% dei nuclei familiari e fissata a 439,08 euro, rapportata ai prezzi del mercato libero. Si scopre che il contratto più conveniente lo offre la Edison che con “Edisoncasa” comporta un esborso di 385,72 euro annuali, 53 euro in meno della maggior tutela pari a un risparmio del 12%. A seguire, nella classifica di convenienza, troviamo la tedesca E.On con “E.On Luce Click” al prezzo di 387,75 euro e due prodotti Enel, “e-light” e “Energia tutto compreso”, rispettivamente a 388,60 e 394,19. Solo quinta Seltrade con il pacchetto “FamigliaPiù” ad un costo di 394,25 euro. Persa la leadership, però, va rilevato che l’azienda provincializzata abbassa di 10 euro la tariffa registrata nell’ottobre 2008 con un pacchetto che diventa più vantaggioso al crescere del numero di figli. Ultima citazione per Flyenergia che propone “Luce Propria” a 398,50 euro. Discorso a parte, invece, merita Sorgenia «che è molto aggressiva sul mercato altoatesino - spiega il direttore del Ctcu Walter Andreaus - ma propone una tariffa “Casa 10 e lode” che è addirittura superiore a quella di maggior tutela con i suoi 451,76 euro». Capitolo a parte meritano le due cooperative Eum Gen, di Moso in Passiria e Energie-Werk di Prato allo Stelvio che testimoniano un fenomeno molto diffuso in provincia e che permette considerevoli risparmi visti i costi annuali rispettivamente di 183 e 338,66 euro. «I dati - precisa il consulente del Ctcu Paolo Guerriero - sono stati presi dal sito “Trova offerte” dell’Autorità per l’energia oppure comunicati direttamente dalle aziende». E Ae? «Come molte altre realtà locali non ha messo i dati in “Trova offerte” né ha voluto comunicarceli direttamente sostenendo che a breve verrà preparata una nuove offerta». Esattamente la stessa dichiarazione fatta nell’ottobre 2008. I consumatori altoatesini, però, sono penalizzati dal costo più alto d’Europa per l’energia. L’Italia, infatti, registra un prezzo esentasse pari a circa 20 cent per 100kwh, la punta più altra tra tutti i paesi del Vecchio Continente. Aggiungendo le imposte, comunque, la situazione non migliora più di tanto dato che il Belpaese rimane comunque al terzo posto, superato solo da Danimarca e Germania. Quella delle tariffe del mercato libero, comunque, è una giungla che i consumatori dovranno imparare ben presto a conoscere. «Da quest’estate - spiega Guerriero - anche la maggior tutela passerà al mercato libero e le tariffe saranno modulate anche per fasce orarie. Diventa determinante, quindi, conoscere esattamente il proprio consumo annuo e fare attenzione agli elettrodomestici e ai periodi di maggior utilizzo. E’ una scocciatura, ma se pensiamo che abbiamo a che fare con conguagli anche di 3.000 euro vale proprio la pena di prendere appunti». Azienda Energetica e Sel però non ci stanno. Così l’amministratore delegato di Ae Pietro Calò: «Mi sorprende che il Ctcu dica di non aver avuto a disposizione i dati relativi alle nostre tariffe. Basta andare sul nostro sito internet e lì si può trovare tutto». Nel merito, Calò avverte: «Prendere come punto di riferimento un’offerta promozionale è rischioso. Il confronto andrebbe fatto sui prezzi praticati a regime». E sui prezzi a regime, chiude l’ad di Azienda Energetica, è difficile battere quelli fissati direttamente dall’authority: «Azienda Energetica per i suoi clienti pratica la tariffa di maggior tutela che è quella più conveniente». Anche Maximilian Rainer, direttore generale di Sel, contesta il raffronto effettuato dal Ctcu: «Non si possono mettere sullo stesso piano offerte diverse. Una cosa è prendere a riferimento un prezzo promozionale, un altro è considerare la tariffa nel medio-lungo periodo. In questo secondo caso, le nostre tariffe continuano ad essere le migliori». - Alan Conti

venerdì 29 gennaio 2010

Con graffiti e carelli si invitano i giovani a ricordare la Shoah


Alto Adige — 28 gennaio 2010 pagina 45 sezione: AGENDA

BOLZANO. Rimembrare le ferite del passato ricordandosi che coinvolgere i giovani allontana il rischio di una memoria corta. Questo il messaggio lanciato dalle celebrazioni di ieri in occasione della Giornata della Memoria, collegate dal comune ricordo della tragedia della Shoah, con le autorità comunali, provinciali e molti partiti riuniti nel ricordo composto, mentre il futuro si mostra nelle scritte e i graffiti creati da giovani artisti nelle piazze cittadine ma anche nella nuova odonomastica bolzanina che saluta “Passaggio della Memoria” e “Passaggio don Daniele Longhi”. Il vicolo tra via Rovigo e via Bergamo da ieri ha infatti un nome suo: don Daniele Longhi. Il sacerdote bolzanino, arrestato il 19 dicembre 1944 e portato nel Durchgangslager di via Resia, è uno dei simboli della Resistenza altoatesina per il suo spendersi a favore degli internati. Durante la breve cerimonia d’intitolazione il presidente dell’Anpi, Lionello Bertoldi, ha illustrato la sua storia a una classe del vicino Liceo scientifico: un primo ponte verso il futuro. Poco dopo, la delegazione si è spostata lungo il muro del lager in via Resia, nel passaggio intitolato ieri alla Memoria. Depositate le corone, s’è anche reso onore alla targa che ricorda i sinti vittime dell’olocausto e il sindaco Luigi Spagnolli ha richiamato tutti a «non dimenticare quanto avvenuto e chi ha combattuto per un futuro di libertà e democrazia». La cerimonia ha poi avuto una significativa appendice al Cimitero ebraico e alla tomba di Manlio Longon. Toccante la testimonianza della presidentessa della Comunità ebraica di Merano, Elisabetta Rossi Innerhofer, che ha ricordato «tutti gli ebrei scannati senza pietà, strappati dalle loro famiglie e dai loro giacigli» introducendo la preghiera per i deportati. Ai piedi della tomba di Longon, invece, ci avvicina Bruno Barzoni e ci racconta la sua storia: «Sono stato catturato a Cremona e internato in Austria. Lavoravamo come bestie alla produzione di cemento, nelle miniere e poi lungo una teleferica. Cosa ricordo? La fame e il pochissimo cibo, così come gli amici che all’improvviso sparivano e non tornavano più. Prima di essere internato, ricordo che siamo stati messi in fila e uno su dieci veniva portato a San Vittore, forse giustiziato: io ero l’undicesimo». Hanno lo stesso sguardo Iole Beretta e Ierta Ferrari, figlie di due partigiani catturati a Bolzano e giustiziati. «Avevo 13 anni - racconta Ierta - quando la Gestapo venne in casa e rovistò tutto. Non sapevamo che papà fosse partigiano, non ci aveva detto nulla. Oggi sono ancora sconvolta dal dolore quando ricordo i giorni in cui, finito tutto, arrivavano i camion dalla Germania e noi ad aspettare speranzosi chi non sarebbe mai comparso». Intanto in alcune piazze giovani “graffitari” vergavano proprie creazioni dedicate alla Memoria: l’arte dei ragazzi al servizio di un messaggio importante. Fra i vari eventi della giornata, in precedenza il Commissario del Governo, prefetto Fulvio Testi, aveva consegnato le medaglie d’onore, conferite dalla Presidenza della Repubblica a cittadini, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti durante l’ultimo conflitto mondiale. Gli insigniti della medaglia d’onore a Bolzano sono stati Ruggero Bortoletto, Orazio Leonardi, Serafino Iellici, Bruno Mantovani e Giuseppe Rausa. - Alan Conti

Esce la compilation di "Upload 2009" con brani inediti


Alto Adige — 28 gennaio 2010 pagina 50 sezione: ALTRE

BOLZANO. A mesi di distanza e alle porte della prossima edizione, Upload 2009 continua a fare...Rumore. E’ in uscita in edicola, infatti, la compilation del festival bolzanino in abbinamento con la rivista specializzata “Rumore”. In tutta Italia, quindi, il concorso provinciale per la musica giovane potrà presentare i migliori frutti della stagione passata in otto brani inediti. Ad aprire il disco, logicamente, i vincitori di “Upload09” ovvero i marchigiani Violavenere che lasciano spazio a un rock tambureggiante. Passata la ventata di rock, a calmare l’atmosfera arriva la sapiente melodia del pianoforte del duo Salieri-Negrelli, trionfante nella categoria cover, ma riproposto in questo album con i due inediti di ottima fattura intitolati “The darktown strutter balls” e “Pianofortissimo”. Possibilità di mettersi in luce anche per gli Absinth Effect che conquistarono i lettori del nostro giornale portandosi a casa il premio web Alto Adige per la cover di “Frozen” di lady Ciccone. La doverosa spruzzata di musica locale arriva in coda al cd, dove i The Drama, vincitori del premio del pubblico presente alla serata finale di Upload dopo aver sbancato il palco del Festival studentesco, presentano la loro “Faithfully Yours” e il rapper Tachi si gode la sua menzione speciale con il pregevole brano intitolato “Il tempo”. Chiude l’album Antonio Olivieri, primo classificato della categoria producer, con l’inedito “Blackout”. La compilation abbinata alla rivista è il terzo e ultimo premio messo in palio dall’edizione di Upload targata 2009. Gli anconetani Violavenere, infatti, sono stati accompagnati a Oslo per un’esibizione speciale durante il famoso festival della capitale norvegese. Gli Scrat Till Death, metal band trionfante nella categoria local, hanno potuto registrare un cd personale promosso in varie esibizioni altoatesine. Il percorso del festival, dunque, termina su una delle riviste più considerate del panorama nazionale. La musica viene analizzata senza contaminazioni e l’apprezzamento per i brani di Upload arriva da una redazione competente. Un bel trampolino per le band e per il festival che già guarda al 2010. - Alan Conti

giovedì 28 gennaio 2010

Il design si mette in mostra


Alto Adige — 27 gennaio 2010 pagina 37 sezione: AGENDA

BOLZANO. Scovare innovazioni utili, divertenti e semplici, ma che nessuno aveva ancora immaginato. Se uno degli obiettivi del design è questo, allora si può dire che la Facoltà di arti e design della Lub è sicuramente in grado di diventare un riferimento internazionale. Difficile, infatti, concedersi una passeggiata tra le opere realizzate dagli studenti nel semestre invernale senza stupirsi della creatività, abbinata alla funzionalità, di certi oggetti. Sei i filoni tematici in cui sono state raggruppate le settanta proposte di «Gäste-Ospiti-Guests, gli atelier sono aperti» (visitabile anche oggi dalle 10 alle 19 all’università) e che il preside Kuno Prey invita a scoprire. «Il primo è “Handle with care” - racconta - e vede il vetro come protagonista. Un materiale versatile che permette variegate applicazioni». Impossibile non notare «Glasgrün» di Sara Pallua: una piccola tasca ricavata dal vetro delle finestre che permette di appendere piante decorative senza bisogno di mensola o davanzale. Interessante pure l’opera che presenta Katharina Schirl: «Un piccolo sistema di ripiani stilizzati per riporre ordinatamente la frutta senza bisogno del classico cestino». Altra sezione è «Youtopic», dedicata «al tema dell’utopia che, inizialmente, doveva essere in sinergia con il Guggenheim di Berlino e che stiamo sviluppando con gli studenti». Interviene la londinese Sophie Start: «Noi abbiamo realizzato un castello d’aria con dei brik bianchi sui quali ogni visitatore può scrivere un proposito personale». Più avanti c’è Eleonora Barozzi a presentare la sua creazione: «Oggetti di uso quotidiano che veicolano messaggi personali e sociali. Una presina da cucina, per esempio, può essere un invito a non aver paura delle patate bollenti». Stimolante anche «Qwertz»: uno studio, riprende Prey, «sull’influenza delle tecniche di scrittura nel linguaggio». Chiara Sonda propone una serie di tavole con impressi messaggi in perfetto stile da sms: «Il cellulare ha cambiato la comunicazione scritta e, come Mosè, ho riproposto alcuni testi sulle tavole. E’ certamente un fenomeno di costume, ma anche un sottile meccanismo psicologico». Anna Seidel, invece, ha pensato agli extracomunitari: «Creando un sistema didattico della lingua, scovando le lettere nel mondo che ci circonda». Diametralmente opposto il filone «Senza parole?» che attraversa «il linguaggio non verbale con le sue potenzialità». Utile, anche per le scuole, il lavoro di Cindy Strobach, che ha realizzato una serie di cartine del mondo in trasparenza che, di volta in volta, evidenziano le possibilità di accesso internet, piuttosto che la diffusione di automobili o il traffico aereo: un autentico fixing dell’evolversi del globo. Menzione anche ai lavori di Thomas Egger e Luca Bresadola. Il primo decontestualizza il concetto di souvenir, «che può essere anche una bruciatura sulla schiena, una gravidanza o un occhio nero», mentre il secondo presenta tre fotografie che sintetizzano perfettamente il concetto di messaggio subliminale. «Nella prima c’è una Madonna, ma nelle pieghe della tunica si vede il famoso volto dell’assassino del film “Scream”, in centro un ritratto di una ragazza con sei scritte “sex” abilmente camuffate e nell’ultima una pubblicità che sembra del pandoro, ma che sullo sfondo e nei vestiti ha un chiaro rimando alla Coca-Cola». Il mondo del lavoro non è il paese delle meraviglie e Prey nel concludere lo sottolinea: «I ragazzi devono abituarsi che la creatività è importante, ma l’aspetto imprenditoriale e la capacità di proporre i prodotti non sono fattori secondari, men che meno nel campo del design». A giudicare dalla mostra, diversi studenti sono sulla buona strada. - Alan Conti

mercoledì 27 gennaio 2010

Una piazza virtuale dentro il Municipio per non dimenticare


Alto Adige — 26 gennaio 2010 pagina 28 sezione: AGENDA

BOLZANO. Per ora si tratta di una piazza virtuale, ma a breve potrebbe diventare un reale patrimonio dell’odonomastica cittadina. Inaugurata ieri, in occasione della prima giornata della Settimana della Memoria, la piazzetta della Memoria che altro non è che il foyer del municipio trasformato, per l’occasione, in un allestimento per i reperti sul lager cittadino dell’Archivio storico e alcuni disegni realizzati dagli studenti. Tutta la cerimonia inaugurale, infatti, ha rappresentato un ipotetico ponte tra il dovere di non dimenticare quanto successo e la necessità di coniugare questa coscienza con la realtà che ci circonda. Ecco quindi che in vicolo Gumer sono arrivate le delegazioni di alcune scuole cittadine per assistere all’inizio ufficiale di questo percorso e conoscere i rappresentanti delle associazioni che raggruppano chi fu colpito dalle leggi razziali. Cerimoniere è stato l’assessore comunale alla cultura, Primo Schönsberg, che ha gettato il primo ponte storico: «Non dobbiamo mai dimenticare che anche l’Italia ha avuto un ruolo in quanto accaduto: le leggi razziali vennero promulgate pure qui e diventa fondamentale, quindi, ricordare ai giovani questo triste passato e contestualizzarlo al meglio». Il sindaco Luigi Spagnolli si rivolge direttamente agli studenti: «Studiate la storia perché la memoria della collettività è importante e tutti sono tenuti a conoscerla». Dalla piazzetta in municipio, dunque, partono i primi messaggi dell’iniziativa, ma la voglia di intitolare ufficialmente uno spazio alla Memoria è tangibile. «E’ possibile - rivela Schönsberg - che si possa trovare un luogo, magari vicino al muro del lager, da dedicare esclusivamente alla commemorazione di questo tragico passato». Presente alla cerimonia anche l’assessore di Laives, Renzo Gerolimon: «Siamo contenti di aver avviato una sinergia così stretta tra i due Comuni. Ogni iniziativa che possa ampliare il significato di queste celebrazioni va salutata con gioia». Dopo lo svelamento della targa, comincia un piccolo concerto di musica zingara. Sottofondo perfetto per le dichiarazioni di Radames Gabrielli, presidente dell’associazione Nevo Drom: «Lo sterminio di sinti e rom è stato orribile e noi abbiamo il dovere di ricordarlo». Poco più in là una bambina si fa pitturare la faccia (foto in alto a destra) dall’artista bolzanina Celestina Avanzini, impegnata in un progetto di coinvolgimento dei giovani. «I ragazzi capiscono la dimensione di questo orrore - spiega il dirigente della scuola Dante, Giulio Clamer - e noi, fin dalle medie, cerchiamo di stimolare la loro riflessione portandoli ai campi di concentramento e costruendo percorsi appositi. Sappiamo che la scuola, nella prevenzione, gioca un ruolo determinante». Proprio la scuola, con famiglia e società, è chiamata in causa dalla presidente della comunità ebraica di Merano, Elisabetta Rossi Innerhofer, e dall’officiante, Simeone Bordon Chazan: «Le derive revisioniste ci spaventano e ci spingono a domandarci dove dobbiamo migliorare per essere più incisivi. Cerchiamo sempre di essere una comunità aperta al dialogo e di tramandare i racconti terribili che hanno vissuto le nostre famiglie. In tutto questo, però, abbiamo bisogno della mano della scuola e dei genitori, gli unici in grado di cogliere in tempo i segnali allarmanti di questa deriva». - Alan Conti

Gries nella morsa delle auto


Alto Adige — 26 gennaio 2010 pagina 17 sezione: CRONACA

BOLZANO. Da via Resia a Gries un filo rosso unisce i due estremi della città: il traffico. Se alla mattina presto transitare per l’arteria principale di Don Bosco significa armarsi di tanta buona pazienza, lo stesso accade tutt’attorno alla zona di piazza Gries. I genitori che si ammassano in auto all’entrata ed all’uscita dalle scuole vanno a sommarsi, infatti, alla congestione di via Vittorio Veneto causata dal passaggio di mezzi di tutti i tipi da e per l’ospedale e dai troppi pendolari che arrivano dal Meranese o dalla Bassa Atesina mentre lungo Corso Libertà la spada di Damocle è sempre la stessa: una pista ciclabile davvero pericolosa. Capita, così, che ad alzare la voce siano anche i residenti di una delle più belle zone residenziali della città. I primi a lanciare l’allarme sono i nonni vigili, costantemente impegnati ad aiutare bimbi e anziani ad attraversare, che vivono in prima linea il caos dell’ora di punta. «È un mix di maleducazione, scarsa educazione stradale e frenesia irrefrenabile - spiega Olivio Berardo. Alla mattina e a mezzogiorno tutti hanno fretta di andare e gli automobilisti pochissima voglia di fermarsi: una volta un’auto mi è passata sulla scarpa. I bambini, logicamente, sono meno attenti e noi siamo costretti ad avere mille occhi. Che fare? Un bel corso di sicurezza al volante per tutti quelli che compiono infrazioni». Il collega Marco che se ne sta a vigilare sulla rotonda principale della piazza, rincara la dose: «La fretta gioca dei brutti scherzi e le auto sono sempre più “invadenti” e impazienti». Ferruccio Dalceggio piantona quotidianamente via Penegal: «Qui è un terno al lotto. Non si sa mai quale giorno sarà tranquillo e quale, invece, presenterà code lunghissime e nervosismo. La pioggia, certamente, è un fattore, ma non sempre è l’unico e noi dobbiamo essere sempre pronti». Lungo Corso Libertà c’è Franco Maraldo: «Il grosso problema qui è rappresentato sempre dalla pista ciclabile. Adulti e ragazzini sfrecciano perché non possono arrivare tardi al lavoro o a scuola e i bambini (o gli anziani) che attraversano sono in pericolo. Ogni tanto, infatti, vengono toccati dalle bici. Le auto, invece, sono più disciplinate». Critica anche la voce di chi intorno a piazza Gries vive o lavora, come per esempio Tania Carti. «All’uscita delle scuole è un disastro perché nessuno rispetta i cartelli o i segnali. Io, oltretutto, abito in via Amalfi che regolarmente viene presa in contromano. Soluzioni? La solita: maggiore presenza e controllo della polizia municipale». Dragan Ludmilla arriva dall’ospedale: «Bisogna prestare attenzione, ma la situazione, per fortuna, non è sempre tragica». Joachim Pichler che dalla cabina del pullman “Silbernagl” guida gli studenti in direzione Ponte Adige e San Maurizio non si allarma: «Non vedo la stessa emergenza che c’è in altre zone della città. Certo, ci vuole attenzione, ma non definirei la situazione allarmante». Della stessa opinione Evi Keiser: «Tutto questo traffico non mi sembra di vederlo. Certo che qualche parcheggio in più non guasterebbe affatto». Silvia ed Emma Brida, invece, ripropongono il problema «soprattutto alla mattina quando contemporaneamente aprono le scuole e smonta il turno notturno dell’ospedale. Via Vittorio Veneto diventa un tappo incredibile. Si potrebbe, comunque, pensare di mettere delle strisce pedonali in piazza Gries all’altezza della fermata del bus: tanto attraversano tutti lo stesso ed almeno si eviterebbero equivoci spiacevoli». Carmina e Silvano Demarchi, infine, puntano di nuovo il dito verso via Vittorio Veneto «quella è la strada che crea disordine e code che, a volte, arrivano anche fino a via Fago. In questo quartiere, però, c’è un altro grosso problema e sono i decibel delle campane che suonano troppe volte e troppo spesso ed il cui risuonare in certi casi è davvero insopportabile». Insomma spaccano i timpani. - Alan Conti

martedì 26 gennaio 2010

La Scuola di biliardo dove si sfidano i campioni del mondo


Alto Adige — 24 gennaio 2010 pagina 31 sezione: AGENDA

BOLZANO. Ieri era la meta di chi voleva saltare il compito di matematica, oggi il ritrovo quotidiano di chi i banchi di scuola li ha salutati da qualche anno. Il fascino del panno verde, lo sfrigolio del gesso sulla punta della stecca e il tocco secco della bocciata, però, sono rimasti immutati e il biliardo resta una passione che mescola nobiltà e passione popolare. Siamo andati a passare qualche ora alla Scuola biliardo di Bolzano, in viale Trieste, dove si respira atmosfera british e il tavolo con le sponde trasmette i valori più stuzzicanti dello sport: concentrazione, allenamento, vibrazione della sfida e sfottò. In palio niente Champions League, ma il più classico degli aperitivi, niente pubblico strabordante sugli spalti ma amici sulle panche, pronti a rifilare consigli, dove le palle piene non sono un becero refrain da ultras deluso ma semplicemente una connotazione tecnica del gioco. Perché sono giochi l’americana, le boccette, la goriziana e il ramino, ma è anche un gioco trovarsi con gli amici tutti i giorni per poi tornare a casa e raccontare il vero sport ai nipoti. «L’idea è di offrire un ambiente diverso dal solito baretto di quartiere - racconta Mirko Siviero, presidente della Scuola, che ci fa da guida - e trasmettere valori importanti con un divertimento che, comunque, può anche essere agonismo di alto livello, perché da qui è uscito il campione mondiale di tre sponde Marco Zanetti». Ci scappa una riflessione: le quote rosa, ai margini del panno verde, sono ridotte al lumicino? «Eh sì - sorride Siviero - le donne sono pochine, tra noi c’è una specie di gentlemen agreement per cui raramente mogli e fidanzate vengono con i mariti o fidanzati». Chi si aspetta il machismo più puro, però, sbaglia: silenzio e attenzione vanno per la maggiore. «Sono fondamentali, come l’allenamento per affinare la tecnica - spiega Claudio Mezzanato, autentico professionista - e io arrivo ad allenarmi diverse ore al giorno. Una vera passione». Già, come nasce la passione lo chiediamo al vicepresidente, Gianfranco Cecchinato: «Sinceramente il più delle volte inizia proprio a scuola, o meglio quando la scuola si tagliava...». Ancora non esistevano gli sms alle famiglie, ma non è solo per questo che il biliardo ha poca presa sui giovani. «Cercano la soddisfazione immediata - risponde Danilo Riolfatti - ma qui ci vuole pazienza. Di certo non mancano le risate: ricordo quando la palla bianca volò fuori dal panno e centrò in fronte un amico. Dopo il primo spavento, giù risate. E poi assicurammo il club...». Bruno Calovi e Robert Mattiuzzo si sfidano senza sosta a boccette: niente stecche, si usa la mano. «L’aspetto agonistico è importante e fa molto sorridere quando s’innesta il meccanismo della “bestia nera”, per cui un socio meno forte di te riesce sempre a batterti. E’ una spirale psicologica che dimostra come nel biliardo sia decisiva la testa». Nel frattempo entra Diego Festa, pure lui master: «Ogni tanto mi chiedono qualche dritta, ma non mancano gli scherzi come quando, con un fotomontaggio, ho trasformato i soci in James Bond». Oggi gli iscritti sono 124, ma questo club è diverso da tanti altri: «Chi entra a farne parte viene tutti i giorni - rispondono Elia Cremonini e Valter Scaramuzza che disturbiamo durante un match di goriziana, la più complessa tra le discipline - e alcuni arrivano da Merano o Sarentino. Bisogna, però, imparare subito la differenza tra i momenti di silenzio per la concentrazione e quelli più conviviali». Come ogni punto di ritrovo per senior, comunque, non può mancare la sala carte, ma anche in questo caso tutto è finalizzato al panno verde: «Mi scaldo con un bel ramino - rivela Antonio Giuriato - ma non posso perdere lucidità al tavolo: stasera ho la sfida di doppio a boccette. La mente deve essere sgombra. Il club e la sua atmosfera sono bellissimi, ma mancano un po’ le donne e, soprattutto, i giovani». Chissà, forse con i racconti dei senior si appassioneranno anche loro al biliardo. Ma forse la cosa più importante è che ne colgano il vero spirito, che a volte si trova anche solo ingessando la punta di una stecca. - Alan Conti