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lunedì 4 aprile 2011

Upload, a Londra i punk ammazzano Bambi


unk londinese. Basta l'accostamento dei due termini per stuzzicare la curiosità verso il nuovo arrivo internazionale del contest di Upload: i "Who killed Bambi?" con "World of Hope". Pur con una chiara ossatura italiana l'iscrizione del gruppo restituisce una vera dimensione europea al festival, senza contare che il ritmo dell'inserimento di mp3 è ormai di quelli frenetici e frantuma sicuramente il totale raggiunto nella scorsa edizione. La selezione, in poche parole, sarà più dura che mai, ma dalla City c'è chi è davvero determinato a dire la propria. Il brano presentato dai "Who killed Bambi?", infatti, mostra una buona dimestichezza con gli strumenti basilari del genere e una particolare attenzione, logicamente, alla chitarra. Il motivo melodico, inoltre, è abbastanza rapido ad accoccolarsi nella testa, mentre se un piccolo appunto va fatto riguarda probabilmente la particolarità della voce e l'uso dei cori, entrambi piuttosto ordinari.
La nascita di questo gruppo, formato da Raul Deflorian, Simone Vasco Warren e Marlon Tarditi affonda le proprie radici proprio nell'humus musicale della capitale inglese. "Dopo aver assistito alle esibizioni dal vivo di gruppi come Offspring, Bad Religion e Drophick Murphys – raccontano – il nostro leader e cantante Raul ha deciso di creare una band hardcore punk vecchio stile come non se ne vedono più tante nel panorama musicale attuale. Il tutto poco meno di un anno fa". La Londra dei "Who killed Bambi" è fatta di vicoli e stradine, live da avenue per intenderci. "Esatto, piccoli angoli che restituiscono perfettamente l'atmosfera che andiamo cercando e che lentamente ci hanno permesso di allargare la cerchia dei nostri ascoltatori. In tutto questo, comunque, è stata importante la collaborazione di alcuni amici inglesi". Non tutto, comunque, si può fermare al british punk anni '70 o all'american '80. "Affatto – riprendono i "Who killed Bambi?" – e noi cerchiamo costantemente di sovrapporre a queste basi elementi di modernità per riportare uno stile nuovo nell'ambito del panorama della musica di oggi. La nostra, dunque, è una costante ricerca di un suono innovativo nella tradizione". Un lavoro che, evidentemente, sta portando buonissimi frutti considerando che a breve i quattro ragazzi italiani suoneranno all'Hard Rock Cafè londinese e al rinomato Suan Rock festival in Val di Fiemme. Chissà che Upload non possa essere il terzo appuntamento di un percorso che sta dando delle soddisfazioni a una band che sogna "di fare sempre nuove esperienze e mettersi alla prova con nuove sfide". A giudicare dalla quantità e qualità delle iscrizioni, quella di Upload è una sfida bella grossa.
Alan Conti

Veneri, una vita fra le ruote



www.taxibolzano.it

Quarant’anni in mezzo alle ruote. Che siano due o quattro fa poca differenza per Fausto Veneri, benzinaio e riparatore di biciclette sin dal 1971 quando decise di aprire per la prima volta una sua attività in piazza Stazione. Nel 1990, però, la storia professionale di Veneri cambia decisamente orizzonte con lʼapprodo in via Santa Geltrude, ad Oltrisarco, per lʼinizio di una lunga storia dʼaffetto con il quartiere. “Una scelta che non finirò mai di benedire, oggi non cambierei per nulla al mondoˮ.
Che si tratti del pieno o della riparazione di un pedale, comunque, il lavoro di Fausto è da quarant’anni quello di soddisfare il cliente.
“Affronto due ambiti in cui la fidelizzazione è l’aspetto più importante. Il 90% delle persone, infatti, ha un benzinaio o un biciclettaio di fiducia e torna sempre dallo stesso ogni volta che ha bisogno. Per me il tutto si raddoppia perché se deludo qualcuno con la bicicletta, automaticamente lo perdo pure per i servizi all’automobileˮ.
Vale, però, anche il ragionamento contrario.
“Certo – riprende Fausto – ed è una grande fortuna. Nel corso di questi anni, infatti, ho potuto stringere importanti legami di amicizia con molte persone del quartiere. Con molti condivido la passione per le biciclette che ancora oggi mi rende l’unico esercizio che abbina queste due attivitàˮ.
Per ora, a onor del vero, è rimasto pure l’unica pompa in zona residenziale.
“Vero, ma a inorgoglirmi è sicuramente il fatto di essere ben inserito nel rione e amarlo molto. Se vogliamo, anche questo è un aspetto che mi lega molto alla gente di Oltrisarcoˮ.
La lunga militanza autorizza Veneri a un’analisi approfondita dello sviluppo storico della zona.
“La zona di via Santa Geltrude, con le villette e la scuola professionale, non si è poi modificata molto nel tempo. La conformazione stabile è stata un vero vantaggio nel fronteggiare la crisi dellʼultimo periodo. Sarò sincero: qui la flessione, per quanto riguarda le biciclette, non si è avvertita per nulla. L’aumento dei prezzi del carburante e della semplice manutenzione dell’auto, invece, ha inciso sul settore dell’automobile, ma non posso certo dichiararmi insoddisfatto. La sfida dell’ultimo periodo, comunque, riguarda l’aspetto delle gomme che, con l’avvento di Internet, ha spalancato gli orizzonti di mercato e aumentato la concorrenza. L’aspetto positivo, però, è la scelta più ampia per noi rivenditori e il montaggio professionale che possiamo garantire. Il consiglio personale, poi, è la chiave per reggere il confronto con i grandi gommisti della città. La vera chiave del mio successo, però, è la presenza della scuola: da sola rappresenta il 50% del mio lavoro e raccogliere la fiducia di studenti e insegnanti regala entusiasmoˮ.
Tanto da non avere nessuna volontà di lasciare.
“Non se ne parla nemmeno – risponde risoluto Fausto – e l’unica che può costringermi a chiudere la pompa della benzina può essere la compagnia petrolifera per cui lavoroˮ.
Nel suo piccolo, anche qui Veneri batte bandiera locale.
“Il marchio “Gnp”, Gruppo Nord Petroli, è di un’azienda della Valsugana con 11 pompe, tutte in regione. La dimensione locale, oltre a renderci competitivi sul mercato, è sicuramente motivo d’orgoglio. Difficile, quindi, pensare a un loro disimpegno da Bolzanoˮ.
In ogni caso, nessuno si azzardi a immaginare un Veneri pensionato: “Mal che vada prendo i miei strumenti e apro un piccolo laboratorio artigianale di piccole riparazioni di biciclette. Dove? Ovviamente a Oltrisarcoˮ.
di Alan Conti
(Fonte: Taxi, aprile 2011)

Gli inquilini Ipes: l'istituto è bloccato, fatica anche a cambiare le lampadine


i Alan Conti
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BOLZANO. L'Ipes è bloccato o si muove in assoluto rilento. E' questa la sensazione di molti inquilini dell'Istituto di edilizia agevolata che vivono nei cortili dei condomini tra piazza Matteotti e via Torino. Il sistema clientelare con cui si sono gestiti per anni gli appalti relativi ai lavori di manutenzione degli immobili è ormai uno sbiadito ricordo, il sistema di lavoro all'interno dell'ente è stato rivoluzionato ma le cose troppo spesso vanno a rilento. Gli uffici coinvolti dal terremoto estivo hanno - infatti - cambiato i vertici direttivi senza, però, portare nel concreto una maggiore rapidità di intervento. Ma che succede nel concreto? Ci sono facciate ormai vetuste che hanno bisogno di un rapido intervento, singole lampadine fulminate nei giroscala a cui si aggiunge l'eterna questione degli ascensori esterni e della mancata rimozione di bici o scooter abbandonati. Se l'aver decapitato un presunto sistema clientelare è senz'altro catalogato dagli inquilini alla voce "fattori positivi", lo scotto che si trovano a pagare adesso è quello di un complessivo rallentamento dei lavori. All'orizzonte, inoltre, si profila l'affidamento dell'amministrazione dei condomini ad un privato ed è stato lo stesso Istituto di via Milano a chiedere consiglio ai residenti, qualche mese fa, per capire quale avrebbe potuto essere il nome corretto, in parole povere la persona giusta da scegliere. Non mancano, comunque, le voci di chi non ha notato particolari cambiamenti, né in negativo né in positivo. «Lei mi chiede cosa ne penso dell'Ipes? Penso che sia assolutamente latitante - spiega Alberto Siepe - e questo succede non solo per le questioni, divenute logicamente delicate, in cui è necessario bandire una gara d'appalto, ma anche per le piccolissime questioni di ordinaria gestione quotidiana. Da mesi, infatti, abbiamo in cortile un carrello, biciclette e motorini abbandonati e mai che si siano decisi a rimuoverli. Alcuni lavori, inoltre, vengono eseguiti senza la minima cura». A sottolineare un paradosso, invece, ci pensa Giacomo Ferri: «Verso le passeggiate di via Genova esiste una recinzione con una porta sempre aperta ed una sbarra dove passare sotto. Messa lì per scoraggiare l'ingresso degli estranei sistemata così oggi è francamente ridicola». Molto meno crucciato è Gioventino Pressianotto: «Non è cambiato proprio nulla dal grande scandalo. Se qualcosa doveva migliorare non è migliorato, ma lo standard generale è comunque soddisfacente». Altri, invece, sono gli aspetti che interessano Marco De Santis: «Sulla manutenzione degli spazi comuni tutto sommato non ci lamentiamo, ma il pagamento del sussidio casa avviene in modo irregolare e con ritardi ingiustificabili». Giorgio Nones rispolvera una faccenda bollente: gli ascensori! «Sono stati installati solo in alcuni edifici e in altri no. Intanto aspettiamo». Più articolata la riflessione di Mirko Tabbiadon: «La struttura gestionale andrebbe rivista perché troppo spesso i passaggi tra gli uffici e i fiduciari sono macchinosi e complessi ed alla fine portano all'immobilismo. Io aspetto da quasi due anni che mi inseriscano il nome sul campanello, assurdo. Andrebbe fatta, poi, una campagna contro chi getta dalla finestra il mangime per i piccioni». «Meno di un mese fa - prende la parola Severino Calovi - abbiamo ricevuto la richiesta di pagamento della rata d'amministrazione senza l'annesso cedolino e tutto a circa quattro giorni dalla scadenza. Allucinante. Molte delle spese, inoltre, non possono essere domiciliate, con il risultato di costringere tutti a pagare sempre le commissioni postali o bancarie». Daria Stefani getta lo sguardo sulle facciate di alcune case: «Sono proprio brutte, avrebbero bisogno senza dubbio di una sistemata». Milorad Plazinic, dal canto suo, è contento dei cambiamenti: «Siamo riusciti ad allontanare alcune mele marce ed eliminare la corruzione. Ho fatto recentemente dei lavori in casa e tutto è filato liscio, senza problemi. Ho assistito alla messa in opera di un lavoro certosino con un'attenzione che prima non vedevo». Quindi la chiusa con le parole di Graziella Palma e Franca Franzoni: «Vero, in generale ci sono situazioni più complicate della nostra. Talvolta dobbiamo fare i conti con decisioni che vanno troppo a rilento anche per questioni di poco interesse, come alcune luci saltate all'ingresso dei condomini, che infastidiscono. Il vero appunto da inoltrare all'Istituto di via Milano, però, riguarda la gestione degli appartamenti perché sono davvero troppi quelli vuoti in un momento in cui si parla insistentemente di costruire nelle aree verdi della città».
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domenica 3 aprile 2011

Quartiere Europa: Cercare di fermare il prima possibile il parcheggio di via Visitazione


QUARTIERE EUROPA Cercare di fermare il prima possibile il parcheggio di via Visitazione, considerato inappropriato per la zona date le dimensioni della strada in quel segmento. Questo il senso della mozione presentata l'altra sera dal Pdl all'interno della Circoscrizione Europa-Novacella dai consiglieri Pdl Jacò Meridiano e Livia Maturi, impattata su 4 voti a favore e 4 astenuti, ma che ha aperto un'ulteriore profonda riflessione sul parking previsto nel piano comunale. «Non siamo contrari - l'opinione dei due rappresentanti del Pdl - all'opera in sé, ma alla sua ubicazione. In quella stradina, infatti, la carreggiata è troppo stretta per garantire le più elementari misure di sicurezza». L'alternativa sarebbe già all'orizzonte: «Lo spiazzo retrostante il Centro Lovera».

Ieri con le porte aperte la Lub ha superato l’“esame” degli studenti


02 aprile 2011 — pagina 36 sezione: Agenda


BOLZANO. Perché scegliere una facoltà della Lub, l’Università di Bolzano? Era questa la domanda più in voga nella giornata di porte aperte che l’ateneo ha organizzato ieri. Un buon successo in termini di pubblico per un’iniziativa che ha visto alla mattina l’offerta delle lauree triennali, con molte visite dei ragazzi delle scuole superiori cittadine, e al pomeriggio le specialistiche.
Dunque, lasciata per una volta da parte la motivazione linguistica che in tempi di stretta sulle certificazioni all’atto dell’iscrizione è arma a doppio taglio, ecco spuntare dalle parole degli studenti pregi e difetti dell’ateneo per un ritratto piuttosto fedele della realtà accademica cittadina.
Silvia Vettoretti e Marco Seravalli sono stati assegnati al desk d’ingresso: sostanzialmente dirigono gli interessi. «In molti chiedono informazioni per informatica, design e scienze della formazione». Le prime due sono proprio le facoltà cui sono iscritti Silvia e Marco e da loro ci facciamo raccontare perché si dovrebbe imitare la loro scelta. «A design - comincia Vettoretti - la vera differenza la fa la possibilità di esercitarsi con molti materiali diversi. Si tratta, insomma, di una versatilità di preparazione che arricchisce senz’altro il proprio bagaglio culturale e curriculare. Sono proprio i docenti, infatti, a vantare background molto eterogenei tra loro. Le lingue? Sono essenzialmente un mezzo e non il fine ultimo». Seravalli, dal canto suo, si appresta a uscire da una facoltà a pieno successo occupazionale nel mondo del lavoro «e ancora prima della laurea - conferma - ho già ricevuto offerte di collaborazione. La forza di questo percorso, però, è la grande attenzione posta alla produzione pratica delle nozioni di base che ci permette di proporci alle aziende dopo aver già affrontato all’università le prime criticità tecniche».
Dal mondo dell’economia arrivano le parole della studentessa austriaca Daniela Halbwidl e di Giulia Bellemo. «Dal punto di vista accademico non c’è dubbio, si tratta di un ateneo di altissimo profilo per le lezioni e la qualità dei docenti. Qualche appunto andrebbe fatto su alcune questioni legate alla comunicazione organizzativa, quindi all’amministrazione di tutto l’ateneo».
Tra le novità più importanti per il prossimo anno accademico, però, troviamo un nuovo giro di vite nelle credenziali linguistiche per l’iscrizione al primo anno. «Una misura - rispondono le ragazze che sono arrivate con poca dimestichezza con la seconda lingua e oggi passano con facilità da un idioma all’altro - che ha dalla sua il vantaggio di una preparazione di base più forte e il risparmio di tempo nei corsi di recupero linguistico. Dall’altra, però, è vero che con la giusta motivazione si può tranquillamente arrivare a buoni livelli di conoscenza della lingua anche partendo dal basso».
Un capannello di interessati, nel frattempo, si forma davanti al desk di scienze della formazione primaria, protagonista di un’altra delle novità targata 2011/2012.
«La durata del corso si innalzerà da 4 a 5 anni - spiega la responsabile di facoltà Francesca Martinelli, aiutata da Caterina Rosso - ma consentirà agli iscritti di ottenere l’idoneità all’insegnamento nella scuola primaria e dell’infanzia, mentre prima seguivano carriere separate, e dell’inglese alle elementari. Per quanto riguarda le lingue, invece, presenteremo una proposta di integrazione dell’offerta con un esame sostenuto in L2».
Oltre alle varie facoltà, comunque, tante sono state le domande per gli alloggi universitari all’interno degli studentati provinciali. La comodità di alcuni di essi rispetto al resto d’Italia, a dire il vero, può tranquillamente essere tra i primissimi motivi per consegnare il modulo d’iscrizione in via Sernesi.

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Alan Conti

Via Torino è favorevole alla strada pedonabile. «Ma servono i parcheggi»


di Alan Conti

BOLZANO. Rendere via Torino pedonabile un giorno alla settimana è una buona idea, ma deve essere il primo passo di un lungo cammino o la conseguenza di opere ben più impattanti per il commercio. E' questo il presupposto da cui muovono le reazioni dei negozianti alla proposta dell'assessore comunale Judith Kofler Peintner che, supportata dal collega provinciale Thomas Widmann, vuole aprire la via ai soli pedoni in determinati giorni della settimana. Il centro commerciale naturale, come prima cosa, per essere definito tale ha bisogno di una consistente disponibilità di parcheggi, che oltre a essere un cruccio bolzanino onnipresente è anche condizione decisiva per attirare pedoni da altre zone della città. Nell'attesa, però, porte aperte alle sperimentazioni e le giornate più quotate per provare a lasciare fuori le auto sono il giovedì, grazie alla concomitanza del mercato rionale, e il sabato, giornata semifestiva considerata l'ideale per lo shopping. «Potrebbe essere una soluzione curiosa - le parole di Matteo Gregori ed Elena Brugnari di Foto "Veronese", che da 75 anni opera sulla via - ma ci vogliono alcuni accorgimenti. Va valutata, ad esempio, la situazione dei parcheggi, perché così com'è oggi non possiamo considerarla sufficiente a innescare il successo di un centro commerciale naturale. Il giorno ideale per la sperimentazione, comunque, potrebbe essere il giovedì, quando, sfruttando il traino del mercato, possiamo sperare di intercettare un poco della clientela formata da pedoni. In qualche modo, insomma, bisogna sostituire il cliente che accosta un secondo con l'auto per raggiungere il negozio». Concorda, anche se più scettico, Francesco D'Addante del salone "Gran Chik". «Non vedo tutto questo bisogno di migliorare la strada. In ogni caso il giovedì sarebbe il giorno più adatto, ma funzionerebbe molto meglio un ampliamento dell'offerta dei posteggi». Fabrizio Bilato, titolare di "Risana", accoglie la proposta «come una delle possibilità, certamente percorribile, ma non una priorità assoluta. Gli stalli blu scarseggiano e il carico e scarico è sempre occupato: ecco le prime cose cui fa attenzione un commerciante». Letizia Veronese di "Coconuda" prova ad articolare meglio la proposta: «Si potrebbe utilizzare meglio il traino del mercato al giovedì con qualche bancarella in più e, perché no, un po' di musica. Dobbiamo offrire alla gente più motivi per venire qui da noi e non basarci solo sull'offerta commerciale. Sarebbe davvero bello, inoltre, che al posto di "Sport 40" si riuscisse a creare un mini shopping center con più negozi di abbigliamento vicini. Le dimensioni ci sono, si tratterebbe solo di convincere i proprietari ad affittarlo in più lotti. In alternativa potrebbe funzionare un supermercato come catalizzatore. La questione dei parcheggi, invece, è ormai atavica, mentre le istituzioni ci hanno veramente lasciati da soli durante il periodo natalizio. Speriamo che tutto questa serva anche a essere considerati maggiormente il prossimo dicembre». Claudio e Andrea Zanella di "Zanella activewear" hanno le idee chiare. «Il giorno ideale? Il sabato fino alle 18 per il commercio e la domenica per i cittadini che intendono godersi la zona passeggiando. I mezzi pubblici, in queste giornate, hanno una frequenza accettabile e possono certamente servire bene tutto il rione. Il giovedì con il mercato, invece, potrebbe essere una valida alternativa da verificare. Sicuramente non ha nessuna speranza di successo, invece, una soluzione che preveda la chiusura del traffico solo in alcune ore della giornata: creerebbe solo confusione. Hanno ragione i colleghi, inoltre, nell'individuare nella scarsa offerta di parcheggio un limite da eliminare se davvero di intende realizzare il progetto di centro commerciale naturale». Chiusura con la netta contrarietà di Anna Spirkovska, Dragan Micev e Olivera Jovcevska di "Centrovetrine": «Chiudere il transito alle macchine è solo una penalizzazione perché oggi la gente non ha mai tempo, quindi preferisce la raggiungibilità immediata dei negozi. Se si vuole aiutare veramente la strada, allora si intervenga sulla dotazione di parcheggi oppure si spinga perché al posto di "Sport 40" arrivi una qualche catena alimentare».
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I residenti: a Casanova troppe multe


01 aprile 2011 — pagina 20 sezione: Cronaca


BOLZANO. Un centinaio di multe elevate da Natale a oggi, migliaia di euro pagati da chi a Casanova abita, lavora o va a trovare qualche amico. Gli interventi della polizia municipale nel nuovo quartiere continuano a ritmo sostenuto e il malcontento tra chi abita in un rione del tutto privo di servizi, drammaticamente abulico di parcheggi, cresce in maniera esponenziale. Lungo via Rasmo, parola dei residenti, una volta la settimana arriva la volante per sanzionare chi lascia l’auto sul marciapiede o fuori dalle strisce bianche. Difficile, però, trovare alternative in una zona dove i posteggi bianchi sono come le mosche del medesimo colore e la regola delle due macchine per garage pare essere una semplice chimera. La situazione, insomma, è quella di una critica emergenza di posteggi pure in una strada della città dove si fermano solo gli abitanti e gli eventuali ospiti. Offerta zero, invece, per gli stalli blu dei non residenti dato che i più vicini sono in via Ortles. Una situazione critica, dunque, non sufficiente a fermare i blocchetti della municipale e tantomeno la rabbia di chi li subisce.
«I vigili fanno il loro lavoro - premette Adriano De Giglio - e questo è assolutamente comprensibile. Noi non chiediamo di sorvolare su chi ostruisce i tracciati per i mezzi d’emergenza o il normale traffico, ma semplicemente un poco di buonsenso verso chi non ha lo straccio di un posto sotto casa e sicuramente non arreca danni a una via che tutto possiamo definire tranne che di transito». Davanti al civico 68, intanto, gli operai stanno girando la terra. «Preparano lo spiazzo per un monumento - scuote la testa sarcastico Paolo Orologio - che è esattamente quello di cui ha bisogno il rione. Ricordo quando abitavo in via Similaun e l’amministrazione garantiva agli abitanti che Casanova non avrebbe pesato su di loro: era una bugia perché già solo per parcheggiare andiamo da loro». Cristina Finelli è una delle anime della protesta: «Non vogliamo sembrare dei piagnoni, ma la situazione è davvero stressante. Hanno multato persino gli scooter quando tutti sanno che contiamo appena sei posti per motorini su centinaia e centinaia di famiglie, assurdo. Non chiediamo trattamenti di favore, ma almeno un parcheggio degno di questo nome sarebbe auspicabile». Antonio Selce e Michele D’Elia concordano: «Avevano lasciato intendere che nelle nuove case Ipes e delle coop ci fossero dei garage da affittare. Falsità. Hanno sbagliato i calcoli all’inizio, l’hanno ammesso, ma per completare il cerchio cercano pure di guadagnarci». «E’ davvero singolare - la riflessione di Vito Valerio - che tutte le spese delle infrastrutture le chiedano a noi soci delle coop e poi ci rifilino anche la beffa delle multe contro ogni buonsenso civile. Lo stesso assessore Gallo ammise l’errore, ma evidentemente in via Galilei non hanno colto il messaggio». Luisa Bitittelli prova a fare una stima: «Da Natale a oggi avranno elevato un centinaio di contravvenzioni venendo qui una volta la settimana e sanzionando per almeno un migliaio di euro alla volta. Facile immaginare in quale misura gli abitanti di Casanova contribuiscano alle casse di un Comune che si dimentica di noi». Ci sarebbero, però, i garage...«ma il rapporto di due posti auto per ogni famiglia - chiarisce Moira Covi - è una falsa certezza perché è rispettato solo dalla metà delle persone che abitano qui. Non chiediamo ai vigili di non fare il loro lavoro, ma solo di disporre di un parking interrato, anche a pagamento». Chiusura con le preoccupazioni di Irene Pellegrini e Viviana Caproni: «Stiamo aspettando il polo dei servizi, di capire quale sarà il futuro di questo quartiere, ma nessuno parla mai di ampliare l’offerta di posteggi. E’ brutto non avere nemmeno la possibilità di ospitare qualcuno, perché è impossibile essere raggiunti. Quella che sembra solo una lamentela, insomma, ha un riflesso sociale importante che di certo non aiuta a togliere Casanova dall’isolamento in cui versa».

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Alan Conti

Il piccolo «Ale» finalmente ha trovato il suo donatore


di Alan Conti
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Il donatore, probabilmente, è una ragazza tedesca di 22 anni che ha fatto la sua scelta di solidarietà da meno di 4 anni. Stabilite, comunque, le prossime tappe della cura. «Il 25 aprile Ale sarà ricoverato alla sezione trapianti della clinica di oncoematologia pediatrica di Padova per il condizionamento, ovvero radio e chemioterapia ad alte dosi per azzerare il midollo, e il 3 maggio riceverà per infusione il nuovo midollo. Curioso perché proprio il 3 ottobre del 2006 ho fatto io la mia donazione a uno sconosciuto francese. Speriamo che questo numero sia magico e perfetto». Il trapianto, ora, diventa il prossimo duro scoglio da superare. «Purtroppo ci sono dei rischi altissimi - spiega Emanuela - e comporterà per Alessandro due mesi di isolamento nella sezione trapiantati, sarà difficile per lui e per noi ma affrontiamo questa sfida con fiducia e tenacia». La storia di Alessandro, comunque, è seguita con affetto da tutta la città - l'incitamento era arrivato anche dall'Alto Adige - e il gruppo su Facebook dedicato alla sua battaglia "Polì Ale: un midollo per la vita" ha già raccolto l'adesione di 9.200 persone. L'affetto con cui viene seguita la vicenda del bambino è testimoniato anche dalle reazioni entusiastiche al post di annuncio di Emanuela: circa 300 tra commenti e apprezzamenti della notizia. Vicinanza, affetto e incoraggiamenti viaggiano pure attraverso le tastiere. Anche attraverso il social network, comunque, la famiglia Polì ha avuto il coraggio di allargare la lotta di Alessandro a quella di tutti i malati che hanno bisogno di midollo osseo con conseguente sostegno alle donazioni. Non fa eccezione, lodevolmente, nemmeno l'occasione dell'annuncio positivo per Alessandro: «Mi piacerebbe si cogliesse l'occasione per ricordare che sabato e domenica nelle piazze italiane si potranno trovare i banchetti dell'Admo, un momento importante per incentivare la donazione». Sempre sulla pagina del social network Emanuela ha provato a rivolgersi all'anonimo donatore: «Ti immagino seduta sul divano mentre guardi la tv e rispondi al telefono scoprendo che la vita di un bambino dipende da te. L'emozione, la comunicazione a parenti e amici, la necessità di stare attenti a qualsiasi malattia per non ritardare il tuo dono e quel pizzico di paura che tutti proviamo. Sei una persona straordinaria, ne sono certa. Non finiranno mai le parole per ringraziarti di ridare la vita a mio figlio». Non finiranno mai nemmeno quelle dei tanti al fianco di Ale.
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sabato 2 aprile 2011

Leggenda e fascino di Castel Porco


CASTEL DEL PORCO

La leggenda di Castel del Porco
Gli abitanti, infatti vissero felici e contenti fino a quando Federico dalle Tasche Vuote non decise di conquistare quel piccolo maniero (a 751 metri sopra il livello del mare) con l’aiuto dei suoi cavalieri. I pochi soldati in difesa combatterono fino allo stremo per difendere il loro piccolo mondo per settimane. Federico non aveva messo in preventivo una resistenza così pugnace, così mise sotto assedio il castello giorno e notte, tanto da far mancare cibo e acqua ai soldati all’interno che cominciarono a indebolirsi. La situazione era disperata, fatta eccezione per un grosso porco che comunque non sarebbe bastato a sfamare tutti. E’ qui che scattò il genio del capitano, Wilhelm von Starkenberg, che ordinò ai suoi uomini di arrostirlo e buttarlo fuori dalle mura. Di primo acchito una soluzione da lasciare basiti, ma considerando l’impossibilità del maiale di sfamare tutti, l’unica percorribile strada per sperare di avere successo. Nel frattempo, infatti, tutti dovevano far finta di ridere e festeggiare, simulando un benessere che non esisteva in realtà. Gli uomini, fedeli, per quanto sbalorditi, eseguirono gli ordini del Capitano. L’apparenza, infatti, a volte può molto più della concretezza e al vedere un porco arrostito volare e udire gli schiamazzi, Federico non potè che pensare a una popolazione ancora piena di risorse da vincere tutte le battaglie. Rosso di rabbia e scoramento ordinò ai suoi di tornare a casa che tanto i nemici erano, sciaguratamente, imbattibili.
Tornando all’assedio, comunque, possiamo comprendere meglio come fosse il risultato della rivolta contro il potere tirolese di uno dei tanti nobili concordi con Enrico da Rottenburg, gli Starkenberg. A far traboccare il vaso di Federico IV, infatti, fu l’uccisione dell’emissario bolzanino Nikolaus Hochgeschorn fatto scivolare giù per la roccia proprio a Greifenstein. Se vogliamo una riedizione del celebre casus pugnandi del film “300” con gli Spartani che uccisero senza colpo ferire l’ambasciatore persiano. Tra gli assediati, comunque, non va dimenticano Oswald von Wolkenstein che per l’occasione compose il poemetto “Nu Huss”. Quella che la leggenda non racconta, comunque, è che la fine dell’assedio non comportò il classico happy ending da “tutti felici e contenti”, ma condusse a lunghi processi con dettagliate accuse contro gli assediati ribelli testimoniati nel famoso “Starkenberger Rotulus”. Federico IV, insomma, se ne andò certamente rosso di rabbia, ma ben conscio di quello che era in suo potere per farla pagare al manipolo di disobbedienti. Molte leggende, oltretutto, descrivono Federico come superbo, in realtà sarebbe meglio definirlo come assolutamente conscio delle proprie potenzialità dato che senza l’espediente del porco avrebbe sicuramente conquistato Castel Greifenstein. Resta da capire, però, perché non decise di portare un nuovo attacco nei successivi 16 anni di regno: evidentemente i processi portarono a un qualche accordo soddisfacente per tutti. Piccola variante nella leggenda, invece, vuole il porco atterrare esattamente ai piedi di Federico Tascavuota, ma la coincidenza è francamente poco probabile. E’ possibile, invece, che il duca asburgico avesse usato cannoni fusi con il rame di Predoi in Valle Aurina dato che nel 1426 esistono testimonianze della sua predilezione per questo tipo di materiale altoatesino. Accenni storici più approfonditi quantificano in 18 servitori la forza armata del capitano Wilhelm von Starkenberg, schierati fino alla morte al fianco del loro signore perché venne promessa loro in cambio la libertà. Ora, non esistono cenni riguardo all’eventuale soddisfazione del patto e non si capisce come vada inquadrata in tutto questo la figura di von Wolkenstein, che tutto poteva essere tranne che servo, ma il dato può comunque essere considerato verosimile considerate le forze in campo. Non solo, benché detto che l’episodio del porco può realmente essere stata la chiave di svolta dell’assedio gli studiosi tendono ad attribuire l’idea a un servitore stesso, ben presto attribuita al capitano dai cantori come in uso nel medioevo. Ulteriori versioni dell’assedio, invece, identificano in una fessura nella parte sud-ovest del castello la via di fuga di Wilhelm von Starkenberg dall’assedio. Piuttosto verosimile, invece, la durata dell’assedio per qualche settimana.
IL POEMETTO DI VON WOLKENSTEIN NU HUSS SULL’ASSEDIO
'Nu huss!' sprach der Michel von Wolkenstain,
'so hetzen wir!' sprach Oswalt von Wolckenstain,
'za hürs!' sprach her Lienhart von Wolkenstain,
'si müssen alle fliehen von Greiffenstein geleich.' "Haut drauf," so die Herren von Wolkenstein,
"packt sie, zerschlagt ihnen das Gebein,
flugs scheuchen wir weg sie von Greifenstein!"
so tönen Wolkensteiner, vor denen alles flieht.
Do hub sich ain gestöber auss der glüt,
all nider in die köfel, das es alles blüt.
banzer und armbrost, dazu die eisenhüt,
die liessens uns zu letze; do wurd wir freudenreich. Da wirbelten glühend die Funken umher,
geballert wurd' feurig mit dem Gewehr;
die Rüstungen, Armbrüste wurden zu schwer.
Die Beute motivierte, mit Freude schlug man zu.
Die handwerch und hütten und aner ir gezelt,
das ward zu ainer aschen in dem obern veld.
ich hör, wer übel leihe, das sei ain böser gelt:
also well wir bezalen, herzog Friderich. Egal, was sich entgegen stellt'
Maschinen, Steinwall oder Zelt ,
dem Herzog Friedrich sein Entgelt,
das zahlen gern auf Heller und Pfennig wir zurück.
Schalmützen, schalmeussen niemand schied.
das geschach vorm Raubenstain inn dem ried,
das mangem ward gezogen ain spann lange niet
von ainem pfeil, geflogen durch armberost gebiett. Scharmützel gab's im Tal genug,
sie konnten nicht aufhalten unseren Zug.
Doch unterm Ravenstein lauerte Trug.
Im Hinterhalt auf Lauer lag Armbrusts gift'ger Pfeil.
Gepawren von Sant Jörgen, die ganz gemaine,
die hetten uns gesworen falsch unraine,
do komen gut gesellen von Raubenstaine.
'got grüss eu, nachgepawern, eur treu ist klaine.' Die Bauern von Sankt Georgen gemein,
die hielten den heiligen Schwur nicht ein;
sie arrangierten sich mit Ravenstein:
'Gott grüß euch,Nachbarn falsche; der Teufel hole euch!'
Ain werfen und ain schiessen, ain gross gepreuss
hub sich an verdriessen, glöggel dich und seuss!
nu rür dich, gut hofemann, gewinn oder fleuss!
ouch ward daselbs besenget vil dächer unde meuss. So gab es ein Gemetzel groß,
mit viel Geschrei wir schlugen los -
wie edel wir waren, so gnadenlos.
Mit Feuer wir sie sengten, den Hof mit Mann und Maus.
Die Botzner, der Ritten und die von Meran,
Häfning, der Melten, die zugen oben hran,
Serntner, Senesier, die fraidige man,
die wolten uns vergernen, do komen wir der von. Doch mehrte sich ie Übermacht:
aus Bozen, Meran hat man sie hergebracht,
vom Ritten, von Hafling, dass es nur so kracht';
auch Sarntal und Jenesien... Doch kamen wir davon!

In italiano il poemetto narra grosso modo la preparazione e la resistenza all’assedio, cominciando con un conciliabolo familiare tra i Von Wolkenstein. Si accenna anche alla possibilità di pagare quanto dovuto a Federico IV che, evidentemente, non voleva saperne di derrate o regalie, ma voleva proprio il castello, l’unica moneta che gli assediati non erano disposti a scambiare. Conferma arriva dal fatto che già nel 1412 Federico Tascavuota aveva portato avanti una campagna simile assediando i castelli Telvana e Ivano di Caldonazzo dove, espugnandoli, insediò capitani di sua fiducia e lealtà. Lo stesso accade nel 1424 al Castello di Scena e anche qui dopo lungo assedio: il suo, insomma, era un modus operandi abbastanza rodato. Nell’aprile del 1407, addirittura, il duca tirolese entra in Trento costringendo molti cittadini a ritirarsi in un vicino castello. La chiusa del poemetto, invece, ammette una certa difficoltà nel resistere all’attacco che fiaccò sensibilmente i castellani del Porco, ma al contempo traspare l’orgoglio di una resistenza che tiene testa anche a un esercito composto da persone in arrivo dai più svariati angoli dell’Alto Adige. La datazione dell’assedio, comunque, può essere meglio incorniciata al 18 novembre del 1423, quindi le temperature non erano nemmeno delle migliori per reggere i colpi di un assediante tanto potente

Conformazione geografica
Posto nelle vicinanze di Terlano, sopra il piccolo abitato di Settequerce, Castel Porco porta, evidentemente, un nome piuttosto strano, da ricondurre a un’antica leggenda. La dizione tedesca del castello è Greifenstein (ma anche Sauschloss, più letteralmente Castel Porco) e oggi, oggettivamente, è un complesso di rovine che si erge su uno sperone roccioso a pareti strapiombanti quasi interamente su Terlano, anche se ricade amministrativamente nel comune di San Genesio, in provincia di Bolzano.
La storia
Il castello fu eretto dal conte Arnold III von Morit-Greifenstein e viene citato nei documenti per la prima volta nel 1158. La sua distruzione, invece, è da ricondurre alla seconda metà del XIII secolo. Nel 1275/1276 il maniero, però, viene distrutto una prima volta nella contesa tra conti di Tirolo e vescovi di Trento e solo nel 1334 i piccolo signori di Greifenstein decisero di ricostruirlo, ,ma durerà lo spazio di 14 anni prima di subire nuovi danneggiamenti. Nel tardo Trecento, poi, il manufatto passa nelle mani dei signori di Starkenberg in quanto l’ultimo membro della famiglia von Greifenstein cadde nella battaglia di Sempach nel 1386 (tra la vecchia Confederazione Svizzera e il duca Leopoldo III d’Asburgo, sconfitto). Il Federico dalle Tasche Vuote della leggenda altri non è che Federico IV d’Asbrugo e l’assedio a Castel Porco è da far risalire al 1423, quando Terlano era conosciuta solo come “Toerlan”, assonante al dialetto tirolese odierno.
Federico IV d’Asburgo, detto in realtà Tascavuota “Leeretasche”, nacque nel 1382 e morì a Innsbruck nel 1439. All’epoca dell’assedio, quindi, aveva 41 anni: un’età piuttosto anziana per l’epoca. Era il figlio minore di duca Leopoldo III (il protagonista della battaglia in cui morì l’ultimo dei Greifenstein) e di Verde Visconti, figlia Bernabò Visconti e di Beatrice della Scala. Nelle sue vene, quindi scorreva sangue italo-asburgico, se vogliamo un mistilingue ante litteram. Dal 1402 Federico Tascavuota resse l’Austria Anteriore e dal 1406 la Contea del Tirolo (dove, ovviamente, era incluso Castel Porco). La sua fama, però, più che ai racconti è legata al suo essere capostipite della linea tirolese degli Asburgo: particolare che per l’Alto Adige non è affatto secondario e non a caso è una delle figure più note del medioevo del nostro territorio. La sua carriera militare non fu particolarmente fortunata, considerando che prima dell’assedio a Castel Porco venne sconfitto dai rivoltosi del cantone svizzero di Appenzello a Gais il 17 giugno 1405. A inviarlo in battaglia fu Leopoldo IV d’Asburgo, preoccupato dal carattere fumantino degli svizzeri cui dovette concedere l’indipendenza in Confederazione lo stesso Federico IV. In Trentino e Tirolo a Federico Tascavuota le cose non andavano certo meglio sfidato com’era dai nobili tirolesi uniti nelle Leghe dell’Elefante (1406) e del Falco (1407), ispirate dal potente Enrico da Rottenburg che puntava a spodestare Federico dal governo del Tirolo appoggiato nientemeno che dal vescovo di Trento Giorgio Von Liechtenstein. Loro coniarono il soprannome di Tascavuota che nelle intenzioni doveva screditarlo, ma che ottenne in realtà l’effetto contrario. Solo nel 1411, comunque, diventa conte del Tirolo e duca d’Austria. Federico, comunque, non godeva di particolari simpatie tra borghesia e ecclesia, quindi si comincia a comprendere come, seppur una quindicina d’anni dopo, non ottenne grande sostegno dai poteri forti nell’assedio al Castel Porco. Giorgio Von Liechtenstein fu addirittura cacciato da Trento da Federico, aumentandone l’astio popolare. Fu lui, comunque, a spostare la capitale del Tirolo da Merano (con residenza a Castel Tirolo) a Innsbruck e regnò fino al 1439, non senza creare diversi scandali per le sue intercessioni antipapali.
Curiosità e misteri
Un profilo di Federico IV d’Asburgo è presente su facebook, con aggancio al link di Wikipedia, ma chi volesse in qualche modo sostenerlo può sempre cliccare su “mi piace”. Per rimanere nell’ambito delle piccole chicche altoatesine in pochi sanno, infatti, che Reinhold Messner fu inizialmente convinto che il corpo di Ötzi fosse da attribuire a un soldato dell’esercito di Federico IV d’Asburgo di passaggio nelle valle. Come non citare, poi, che l’episodio del porco è ripreso anche in una raffigurazione del famoso gioco di carte tirolesi “Watten”. Fu proprio sotto lo stesso Tascavuota, inoltre, che gli Schützen poterono dotarsi per la prima volta di armi da fuoco nel 1435 e non dimentichiamoci che Federico aveva una cultura italiana abbastanza evidente. I cappelli piumati, allora, non avevano quindi alcuna connotazione linguistica, ma solo di fedeltà tirolese e asburgica.
Sul sito di Alto Adige marketing, comunque, è possibile leggere la testimonianza di Andrea Maria che “guardando Castel Porco, ogni volta che pedalo lungo la Val d’Adige sotto il versante della montagna sulla quale è arroccato il maniero, ricordo la dolce calma e rassicurante di mia madre che me ne racconta la leggenda. Un cambio di nome a seguito di un grande atto di coraggio e di fede. Oggi che sono diventato padre racconto la stessa storia a mia figlia e ai suoi compagni di gioco e come allora percepisco la grandezza di quest’episodio negli occhi straniti di chi mi ascolta. Gli stessi che vedeva mia madre”. Paola Colombini, nel volume “Tourin Club Italiano, Trentino Alto-Adige”, quindi una delle più autorevoli guide turistiche italiane, chiama il castello con il nome di “Castel Grifo” “teatro della rivolta nobiliare contro Federico Tascavuota”. Importante, però, sapere che per raggiungere le rovine, bisogna raggiungere l’albergo Patauner, prendere il sottopassaggio e da lì imboccare la sentiero 11 A che conduce a un gruppo di case, attraversare un torrente e poi continuare sul numero 11 fino al Greifenstein. Partendo da “Patauner” ci si impiega circa 2 ore e mezza, con un dislivello di 500 metri e un percorso tutto sommato facile e alla portata di tutti. L’altezza massima raggiunta, inoltre, è di 800 metri sul livello del mare. L’entrata delle rovine è a nord-ovest, da dove si può godere di una magnifica vista panoramica. Poco distante, invece, troviamo il Gasthof “Noafer”.
Tutt’oggi, comunque, nella Val d’Adige il castello appare come una rovina di scarso impatto visivo, ma bisogna avvicinarsi per rendersi conto realmente di come si trattasse di un fortilizio possente, dotato di ampi avancorpi di difesa alla base della roccia. Il rudere, nascosto dal panorama invernale, è stato anche oggetto del Concorso Fotografico Nazionale presentato in uno scatto da “eleza 94” col titolo, sconfortante, di “Castel del Porco=Ormai rudere nel bosco”.
Piccola curiosità: su Itunes è possibile acquistare un file audio di “Nu Huss” con una canzone di 2 minuti e 52 realizzata da Michael George e New London Consort realizzata proprio con le parole del poemetto. L’album che contiene il brano, invece, si intitola “Knightly Passions: the songs of Oswald von Wolkenstein” realizzato da Philipp Hickett. Per chi volesse, invece, togliersi immediatamente lo sfizio di ascoltare il poemetto nella forma di ballata di guerra può trovarla facilmente su youtube digitando le parole chiave “Oswald von Wolkenstein-Nu Huss-Pack Zu! Grasp! Dietro a un flauto particolarmente vivace un gruppo di voci recita canta l’opera con la classica andatura popolare e battagliera che, probabilmente, regnava all’interno del castello durante l’assedio di Federico. Dello stesso poemetto, inoltre, esiste una traduzione inglese presentata da più parti: indice, evidentemente, di un interesse anche internazionale attorno all’opera e alle vicende storiche che l’hanno interessata. Il titolo “Nu Huss!”, giusto per fare un accenno, viene tradotto con “Let’s go”, un messaggio immediatamente comprensibile dell’animo che spingeva i castellani a resistere.

venerdì 1 aprile 2011

Firme per le telecamere al parco


31 marzo 2011 — pagina 17 sezione: Cronaca

BOLZANO. Le hanno chieste in consiglio circoscrizionale, ma adesso per le telecamere al parco delle Semirurali i cittadini ci metteranno anche la firma. Sabato mattina, dalle 9 alle 13, il consigliere di Quartiere Marco Caruso e tutti gli interessati daranno il via alla petizione per l’installazione di un impianto di videosorveglianza a Santa Maria in Augia. A stufare residenti e frequentatori del parco sono i continui vandalismi nella zona: dalle panchine distrutte agli specchietti delle auto divelti, passando per firme e graffiti lasciati in ogni spazio libero delle infrastrutture. Mesi fa, addirittura, furono gli stessi resti archeologici del convento medievale a essere oggetto delle scritte con spray e pennarelli, con grande indignazione delle istituzioni che poco, però, hanno cambiato. Partenza ufficiale della petizione, dunque, sabato all’incrocio tra via Bari e via Alessandria, mentre il proseguimento sarà domenica direttamente nel cuore del quartiere in piazza Don Bosco, sempre dalle 9 alle 13. Il documento, per la verità, chiede la velocizzazione delle procedure di installazione delle telecamere perché il via libera, di fatto, è già stato incassato a tutti i livelli. L’evento, nel frattempo, è stato lanciato su Facebook raccogliendo, a poche ore dalla creazione, già una trentina di adesioni, tra cui quella del consigliere provinciale di Unitalia Donato Seppi. Proprio sulla bacheca del social network, intanto, qualcuno punta il dito verso l’amministrazione comunale: «Non dovrebbe nemmeno servire una petizione, il Comune dovrebbe arrivarci da solo a capire questa forte necessità». Da ottobre dell’anno scorso anche l’ex presidente di Circoscrizione e oggi consigliere comunale Enrico Lillo (Pdl) cerca di intervenire sulla questione delle telecamere con una mozione che, al momento, non è neppure stata tradotta. «Credo si cerchi di frenare questa operazione per la contrarietà all’opera di alcuni funzionari comunali. Avevo addirittura predisposto un preventivo, ma mai nulla si è mosso». (a.c.)